I nuovi papà: non chiamiamoli “mammi”

Mai come in questo periodo siamo in contatto con profondi cambiamenti nei valori e nei ruoli all’interno della famiglia.

Vi sono alcuni dettagli che credo meritino un approfondimento ed è su uno di questi che intendo soffermarmi, ma non prima di una necessaria digressione.

Il mio attuale lavoro di psicologa ospedaliera ha visto, ai suoi albori, il mio impegno in un volontariato a conclusione di un corso in ambito perinatale che prevedeva un’attività alquanto inusuale e forse bizzarra per uno psicologo: l’osservazione delle nascite in sala parto.

Ho cominciato, quindi, ad affiancare le ostetriche durante i travagli e a veder nascere bambini.

Ho avuto modo di vedere moltissime coppie in uno dei momenti più fondamentali della loro vita e, ogni volta, mi soffermavo sempre ad osservare loro: i padri.

C’è chi massaggia, chi si mette in un angolo, chi prega, chi ride, chi piange, chi diventa paonazzo come sentisse le contrazioni, chi fa il tifo, chi rimane nonostante gli insulti, chi sta lì pronto per caricare subito in rete l’immagine del neonato a fianco al viso con espressione fin troppo eloquente della mamma. Però ci sono, sono lì pronti ad accogliere il proprio bambino, ed è questa la cosa importante.

Mi sento un po’ vecchia nel dirlo, ma io sono figlia di un’epoca in cui il parto, seppur già medicalizzato, rimaneva uno scenario interdetto agli uomini in attesa di un figlio. La donna entrava in sala parto e poi, con una certa aura di mistero su quanto accaduto, il medico di turno usciva e proclamava il lieto evento al neo papà intento a solcare nervosamente il corridoio.

La faccenda è poi passata dall’essere del tutto fuori discussione in senso negativo, all’esserlo in senso affermativo: oggi, la maggioranza delle donne non immagina nemmeno di partorire senza il proprio partner.

M. Odent afferma che la partecipazione del padre ha rappresentato l’adattamento ad una situazione senza precedenti: non era mai accaduto prima nella storia dell’umanità che le donne partorissero in grandi ospedali, in mezzo a gente sconosciuta. Fu allora che una nuova generazione di donne avvertì la necessità di poter contare, durante il parto, sull’assistenza del padre del bambino.

Il fenomeno apre il campo a domande sul padre come aiuto od ostacolo al parto che meriterebbero un approfondimento che rimando ad un prossimo articolo.

La partecipazione del padre aiuta od ostacola il parto?

La maggiore criticità riguarderebbe l’ipotesi che un atteggiamento di tipo razionale assunto dall’uomo rischierebbe di stimolare l’attività intellettiva della neocorteccia nella donna in travaglio, proprio nel momento in cui, per essere facilitata, dovrebbe entrare in contatto con la parte più ancestrale del cervello.

Altro interrogativo riguarda la capacità di affrontare le forti reazioni emotive a cui i padri possono andare incontro partecipando al parto. Nei giorni che seguono il parto, solitamente nessuno si interroga sul benessere del padre.

Chiacchierando con le neomamme pochi giorni dopo il parto, però, è molto comune che vengano fuori somatizzazioni dei neo padri imputate, se non addirittura alla casualità, allo stress per l’avvenimento, più che ad impronunciabili reazioni emotive all’esperienza.

 Agli uomini si chiede poco, e se raramente dicono, non c’è lo spazio sufficiente per accoglierli.

Ricordo una donna che, aspettando il marito in ritardo la mattina dopo il parto, borbottava: “Dice che è rimasto bloccato con la schiena dopo il parto! E io allora, cosa dovrei dire?” Nella gara a chi ha sofferto di più, l’uomo è portato a tacere.

Considerate queste criticità, ritengo che il lavoro da fare nell’ottica di migliorare questo ormai fondamentale aspetto della paternità, debba consistere nel valorizzare, accogliere e raccogliere in uno spazio reale e di pensiero anche le loro reazioni.

Noi donne abbiamo moltissimi modi di rielaborare l’esperienza del parto, anche in ambiti molto quotidiani.

Uscite dall’ospedale investiamo chiunque ci capiti sottomano con il racconto del parto. Ogni compleanno dei nostri figli è occasione per un resoconto dettagliato dei centimetri di dilatazione che si erano raggiunti in quel momento esattamente 2, 3, 10, 20 anni fa.

Ma gli uomini? Gli uomini hanno uno spazio di rielaborazione, individuale o sociale simile? Spesso, dopo aver vissuto questa esperienza così intensa, entrano nel turbinio dei primi mesi, tornano al lavoro e di alcuni vissuti non ne parlano con nessuno.

Al di là dell’esperienza della sala parto, stiamo assistendo a grandi cambiamenti nella paternità e gli uomini si stanno impegnando ad assecondare le aspettative con un atteggiamento nuovo e grandi benefici per l’intero sistema familiare.

Una nuova concezione di paternità si sta declinando secondo la propria epoca.

Personalmente rifiuto quell’espressione in uso che, seppur velata di simpatia, nasconde aspetti un po’ denigratori: i mammi.

Chiamiamo questi uomini per quello che sono: papà.

I papà di oggi.

scritto da : Arianna Cosmelli

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