Dare il nome a un figlio tra aspettative, tensioni e tradizioni

Come chiameremo il nostro bambino? C’è chi ha un nome in testa da tutta la vita, chi sceglie di onorare i propri genitori o dei nonni; qualcuno, invece, preferisce dare un taglio alle tradizioni del passato e regalare al proprio bambino un nome originalissimo e poco conosciuto. Ad ogni modo la scelta del nome è sempre un momento fondamentale per mamma e papà. A volte viene affrontato con serenità, ma in alcuni casi può creare qualche tensione in famiglia. E cosa dire poi sulle ripercussioni che il nome scelto avrà nella vita del figlio?
Ce ne parla Federica Micucci, counselor e antropologa genovese: leggete il suo articolo qui sotto.

 

Dare il nome a un figlio è un compito importantissimo per i genitori. C’è chi lo ha pronto nel cassetto da anni e chi, dopo la nascita del bambino, arriva davanti all’ufficiale comunale senza avere ancora scelto. Intorno a questo momento emergono vari modi di pensare e, qualche volta, anche aspettative e dinamiche familiari che creano tensioni.
Tutti sanno che la scelta del nome influenzerà l’intera esistenza del piccolo e della sua famiglia: un genitore o un familiare scontento della scelta lo lascerà spesso trasparire nel modo di chiamare il nuovo nato o lo farà emergere dai suoi discorsi, talvolta solo nei primi mesi dalla nascita, qualche altra volta per molto tempo dopo.

Chi lavora con i nomi all’interno di percorsi di crescita o terapeutici ha sentito spesso pronunciare la frase avrei dovuto chiamarmi… poi però si è deciso diversamente, oppure non mi sento a mio agio con il mio nome. Nel nome e nell’atto del nominare è racchiusa un’enorme potenzialità di relazione: mi chiamo, mi chiamano, mi hanno chiamato, ti chiami, ti chiamano, ti hanno chiamato. Il plurale e il singolare si avvicendano in un gioco di specchi molto potente, attraverso il quale la formula io mi chiamo racchiude in sé il mi avete chiamato e quindi anche il ti abbiamo chiamato pronunciato dai genitori.

Ogni giorno portiamo con noi l’atto e la scelta che fu dei nostri genitori tempo prima e così sarà per il nostro piccolo. Ogni nome attribuito a una persona narra sempre una storia familiare. Qualche volta il nome è un simbolo strettamente sociale, che nasce e vive nella relazionalità della comunità che si frequenta: si decide di chiamare un nuovo nato come un parente (non parlo qui volontariamente di antenato) o con un nome che richiama aspirazioni o appartenenze politiche; talvolta il nome manifesta l’appartenenza a un credo religioso, o fa riferimento a una grazia ottenuta.

Ad una modalità socializzante, chiaramente, si alterna una modalità più intima e personale. La fragilità della vita e l’augurio per un futuro radioso possono spingere i genitori verso nomi benaugurali e nomi apparentemente fuori posto o fuori epoca. Il tentativo o la certezza sottese a tali scelte è offrire protezione e benedizione al neonato. Indipendentemente dal loro significato, i nomi possono essere scelti primariamente e volutamente con un intento di rottura: i genitori attivano così un nuovo corso rispetto alle tradizioni delle quali sono portatori.

Ogni nome dice molte cose dell’ambiente in cui nasce un bambino, delle persone e degli ideali che lo hanno nutrito, delle aspettative e delle speranze riposte nei confronti del nascituro.
Il genitore offre, quindi, un dono prezioso a suo figlio, il nome, ovvero ciò che serve per poter entrare in una relazione, e nell’offerta è scritto qualcosa che, oltre a spalancare la via verso il mondo della vita, indica anche un’eredità da portare che talvolta è percepita come lieve, altre volte come un peso.
Quante vite racchiuse in un nome!

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                Federica Micucci

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