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Lutto perinatale

Da diversi anni in molti paesi del mondo (Inghilterra, Stati Uniti, Australia, Norvegia) è stata istituita la giornata internazionale del lutto perinatale che si commemora il 15 Ottobre.  Questo fenomeno, quello della morte in utero riguarda ogni anno tre milioni di famiglie in tutto il mondo.
L’Italia sembra essere ancora molto lontana dalla consapevolezza del significato della perdita di un bambino sia durante la gestazione sia dopo il parto. Questo comporta l’incapacità di considerare gli effetti che questo genere di lutto ha sulla donna, sull’equilibrio familiare e su eventuali gravidanze future.

Ci sono diversi modi in cui una donna e una famiglia vivono l’esperienza di perdita del proprio bambino:  la mamma può incorrerre in un aborto spontaneo, oppure può decidere di interrompere volontariamente la gestazione o perché indesiderata o a causa di una malformazione fetale riscontrata dagli esami diagnostici prenatali, oppure può fare l’esperienza di perdere il proprio bambino poco prima del parto o poco dopo.

Ricordiamo che il 20 per cento circa delle donne che intraprende una gravidanza incontra una perdita con la conseguente esperienza di dolore e di trauma. E’ chiaro che questa esperienza luttuosa riguarda non solo la mamma ma tutta la famiglia: il papà ed eventuali altri figli.

Ci soffermiamo maggiormente sulla donna non per sminuire la sofferenza del compagno e degli altri componenti della famiglia ma perché la mamma si vive in prima persona le trasformazioni fisiche, ormonali e psichiche della gravidanza e successivamente quelle della perdita.

L’intensità del dolore e del  trauma, in questo genere di lutti, varia molto da persona a persona, in base alle caratteristiche di personalità della donna e in base a quanto l’ambiente che la circonda sia in grado di supportarla, comprenderla, accoglierla e sorreggerla.

L’intensità di questa sofferenza dipende anche molto dalla situazione, dalla storia di questa mamma. Lo strazio interiore che una mamma prova quando, pronta ad accogliere il suo bambino alla fine della gravidanza e dopo averlo sentito muovere dentro di sé  per diversi mesi, si ritrova a partorire un figlio senza vita o lo perde poco dopo il parto o ancora si sente costretta ad interrompere la gravidanza ad uno stadio avanzato a causa di malformazioni fetali, non è paragonabile al dolore, comunque importante, che si prova in seguito ad un aborto spontaneo nelle prime settimane di gestazione.

Tante sono le variabili che intervengono nel rendere più o meno sopportabile questo dolore.

Anche un aborto spontaneo alle prime settimane di gravidanza se è stato preceduto da altre esperienze di questo genere o da grandi difficoltà di concepimento può diventare un’esperienza drammatica. La mamma si lancia verso un futuro che improvvisamente scompare, lasciando un enorme vuoto interiore.

Non va trascurata neanche l’interruzione di gravidanza volontaria entro le prime 12 settimane di gestazione perché comunque, in una decisione di questo tipo, c’è sempre una certa dose di dubbio e di ambivalenza.

In virtù di quanto detto, aderire alle iniziative locali che, da poco stanno emergendo, permette di partecipare e condividere con le famiglie il vissuto e la tragicità di questo evento rendendolo dicibile ed elaborabile.

Per elaborare un lutto, infatti, si passa anche attraverso il rito, la condivisione corale e un pianto ascoltato. Questo è anche il motivo per cui assume grande importanza per l’elaborazione del dolore istituire una giornate di commemorazione come quella istituita ogni anno il 15 Ottobre.  Una sensibilizzazione in tutti i paesi del mondo permette di condividere insieme a chi soffre parte del dolore e renderlo appunto meno silenzioso e vuoto.

Anche ca’Maman, associazione a sostegno della donna e della famiglia, si occupa di accogliere, raccontare e dare voce al dolore legato a questo tragico evento, portando il proprio piccolo contributo.

Questo è il principale motivo per cui si sente da più parti la spinta e il bisogno di parlare e raccontare di un evento che si scaglia e si inserisce  improvvisamente in un momento di vita di solito associato alla gioia. Il lieto evento si trasforma in un tragico, doloroso, indicibile, inaccettabile momento che rimarrà segnato per sempre nel cuore della donna e della famiglia.

Vogliamo provare a raccontare che ogni donna, nel vivere in modo così personale e diverso il proprio lutto, può trovare un po’ di conforto. Sembra  impossibile ma la rinascita alla vita di queste donne ferite e’ possibile.

Il conforto è per noi inteso come senso di pace, di accettazione e addirittura superamento del trauma. L’elaborazione del lutto, della perdita di un figlio (sia stato esso partorito, sia stato esso il figlio che sarebbe potuto essere ma che è stato abortito nelle prime settimane di gestazione) permette di collocare il proprio dolore all’interno della propria vita.

La sofferenza non si cancella, è ineliminabile, ma è possibile che trovi uno spazio particolare dentro ogni donna. Diventa così un pezzo della propria storia e per questo dicibile, raccontabile, con cui diventa possibile convivere “pacificamente” .

Come può accadere questo? Con il tempo sicuramente, un tempo fisiologico che deve permettere alla sanguinosa ferita di trovare il modo di cicatrizzarsi. E come tutte le grandi ferite lascerà il suo segno, indelebile come un tatuaggio sulla pelle. Ma non più sanguinante.

Non basta il tempo.

Crediamo sia importante anche guardarsi intorno, cercare e ritrovare il proprio sguardo, la propria sofferenza anche negli occhi di altre donne, altri uomini che hanno attraversato momenti simili ai propri. Perché si possa infatti riconoscere il proprio dolore e si possa dargli una forma, è necessario guardarlo, guardarlo insieme a qualcuno, qualcuno che lo capisca e lo comprenda.

In quanto esseri umani abbiamo bisogno di dare un senso a tutto ciò che ci accade e diventa difficile dare un senso alla perdita di un figlio; siamo portati a pensare che non ci sia speranza di riaffacciarsi alla vita e invece nella condivisione, nella relazione con l’altro diventa possibile quello che si pensava impossibile: ricominciare a vivere, a sperare e a dare un senso alla propria esperienza.

E’ per questo che crediamo molto nel lavoro di gruppo che diventa strumento clinico e terapeutico (nel senso che “cura”) permettendo a queste mamme,  donne e uomini di  elaborare il dolore della perdita.

Altro elemento assolutamente importante per poter uscire dal lutto è poter parlare e dare spazio a domande, sentirsi accolte, sostenute nell’espressione di esperienze che spesso vengono vissute come tabù e, come tali, rimangono intrappolate nel proprio cuore.

Ci riferiamo, per esempio, ai terribili momenti successivi alla morte. Lo shock e il trauma devono convivere e coabitare con il fare: occuparsi di un corpo, quello della donna che, nei casi di morte intrauterina, si trova ad affrontare il parto di un bimbo che non collabora perché è senza vita e, poco dopo, deve fare i conti con il proprio corpo, non più abitato e come descrive la scrittrice Simona Sparaco in “Nessuno sa di noi”: “un corpo inservibile, senza più una forma né uno scopo. E’ una ferita che sanguina…Non è più il corpo di una madre né quello di una ragazza…il seno è di almeno due taglie più grandi… ma non è il seno florido e importante di una donna che deve nutrire una nuova vita”. In questi casi c’è anche il corpo del bambino. Le mamme che vivono questa esperienza sono costrette, nel giro di brevissimo tempo, a decidere se salutare il proprio bambino, guardandolo o prendendolo in braccio oppure se preferiscono lasciare che venga portato via senza averlo incontrato. Il corpo del bambino obbliga i genitori a valutare, sempre in tempi molto ristretti e non adeguati alla situazione, con quali modalità dagli sepoltura e con quali riti.

Questo è il fare dentro il dolore, dentro la paralisi, dentro l’assordante nulla che è la morte.

E per questo crediamo fondamentale sensibilizzare gli ospedali, gli operatori, i familiari delle donne e degli uomini che affrontano questo terribile evento, affinché emerga la consapevolezza che ogni piccolo gesto possa avere spazio per diventare conforto, sollievo, sostegno.

Pensiamo sia un dovere morale di tutti noi non lasciare sole queste donne e queste famiglie.

scritto da: Francesca Gatto e Anna Banderali

 

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