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Fertilità? Infertilità? L’altra faccia della “crisi”: la possibilità

“Nascere mamma” è un viaggio che comincia da lontano, ben prima che “nella pancia”. Comincia nella propria storia, dentro di sé, nella possibilità di stare a contatto con la vita e di concepirla nel senso vero e proprio del termine di prenderla con sé e accoglierla  (cum=con  e càpere=prendere, accogliere in sé, contenere).

Quante volte, nonostante gli iter diagnostici e gli approfondimenti medici non segnalino particolari problematiche cliniche, la gravidanza tanto desiderata non arriva? E se in parte il “bandolo della matassa” stesse proprio lì, nella propria storia di vita e nella propria possibilità di “concepirsi” mamma e/o papà, di concepirsi capace di contenere un’altra vita dentro la propria? Nei casi in cui, appunto, le indagini mediche non evidenziano cause fisiche che limitano la fertilità della coppia si può parlare di “infertilità psicogena”, di un’infertilità che potrebbe affondare  le sue radici in un qualche meccanismo psichico. Di cosa si tratta? Per l’uomo concepire un figlio non è “semplicemente” un atto fisico e meccanico, non è solo istinto o un fatto puramente cellulare.  Il concepimento è per noi un processo spesso molto complesso, inevitabilmente legato al desiderio, all’amore, alle pressioni sociali, al significato che entrambi i partner danno alla coppia e alla vita, alle aspettative future e ai propri vissuti rispetto al ruolo di madre e di padre. Dando per assodato l’ormai accertato potente e inscindibile legame mente-corpo, capirete quindi immediatamente che le variabili psichiche che possono  entrare inconsapevolmente in gioco con effetti sul corpo sono davvero tante, che non sono così facilmente individuabili e isolabili una dall’altra e che in un momento così delicato di tentativi che non vanno a buon fine e in cui ognuno dei due partner è spesso teso e si sente sotto pressione, è facile che la coppia vada incontro ad un momento di crisi. Ma se il termine “crisi” ha nella sua etimologia il significato di “separare” (separarsi interno a se stessi e separarsi nella coppia), si può vedere in questa crisi anche una possibilità di sviluppo che richiama all’altro aspetto del significato del termine, significato costruttivo e trasformativo: discernere, valutare, scegliere, presupposti ineludibili di un qualsiasi cambiamento, psichico innanzitutto ma anche fisico.

Ed è qui che entra in gioco la possibilità di intraprendere un percorso all’interno di se stessi, un percorso sì di sostegno in un momento così delicato per il singolo e per la coppia, ma anche di conoscenza di sé, dei propri desideri più nascosti, delle proprie paure e del proprio atteggiamento più profondo nei confronti della tanto desiderata genitorialità.

Tra le diverse tipologie di percorso volte a scoprire, affrontare e risolvere eventuali conflitti interiori, una è quella che si basa sull’energia comunicativa, creativa e trasformativa dell’Immaginario. Attenzione! Immaginarionon è sinonimo di fantasia, fantasticheria o immaginazione. Si tratta di una funzione della nostra mente, una funzione che abbiamo proprio tutti, un “serbatoio” di simboli, di archetipi, di miti individuali e collettivi, che, se opportunamente guidata all’interno di un percorso, si configura come una vera e propria porta per l’affettività inconscia e come una possibilità che corpo e mente hanno per esprimere e rappresentare emozioni, disagi e desideri. Il percorso con l’Esperienza Immaginativa (così si chiama il momento in cui, all’interno della seduta, il terapeuta aiuta la persona ad entrare nel suo Immaginario attraverso una metodologia ben precisa) è un percorso che io amo definire “gentile”, un percorso che il terapeuta, appositamente formato, non può stabilire a priori perché ogni movimento nasce dalla specifica storia che ogni paziente porta con sé. La metodologia che si basa sull’Esperienza Immaginativa è utilizzabile con tutti e si può configurare come una vera a propria Psicoterapia, nel caso in cui la persona scopra e senta la necessità di approfondire alcune sue tematiche profonde, più o meno apparentemente legate all’idea di genitorialità, ma anche come Counseling, un sostegno, limitato nel tempo, più contestualizzato alla problematica che si sta affrontando nel presente.

In chiusura mi sento di sottolineare che, che sia attraverso l’utilizzo di questo tipo di approccio o di qualsiasi altro offerto da un buon terapeuta e che si senta in sintonia con se stessi, sostenere, mantenere, o ristabilire se necessario, una condizione psicologica serena, o quantomeno sufficientemente serena, può essere di vitale importanza non solo per il benessere psicologico delle persone coinvolte, ma anche per le ricadute che può avere sull’efficacia stessa dei trattamenti medici di supporto messi in atto. L’influenza della sfera psichica e dell’eventuale sofferenza psicologica sull’infertilità e sugli esiti dei trattamenti è infatti da tempo stata riconosciuta. Ma di nuovo… attenzione! Tengo qui particolarmente a sottolineare quanto guardarsi dentro, scoprire e guardare in faccia le proprie eventuali paure, i propri personali “freni”, non sia di certo finalizzato alla ricerca del “colpevole” per il mancato concepimento! Al contrario! E’ finalizzato alla scoperta o ri-scoperta delle proprie energie più profonde e delle risorse che a volte rimangono imprigionate nella rete delle paure e dei conflitti più inconsci, al fine di liberarle e rimetterle in circolo a disposizione della propria vita…e di una nuova piccola-grande vita!

 

scritto da: Liana Cassone 

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